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ARISTOTELE: Riflessione su Tempo, Essere, Anima

📅 Pubblicato il 17 November 2010 • 🎓 Polo Didattico AetnaScuola
Archivio Storico AetnaScuola A cura di Redazione • Pubblicato originariamente su AetnaScuola.it

Tempo ed essere; essere è tempo?

Se nessuno mi chiede cos’è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più. La nota battuta di Agostino (Confessioni, XI, 14) bene illustra il carattere problematico della riflessione classica sul tempo. ..(da Treccani)

L’esperienza (immediata) del tempo, come esperienza del trascorrere, del ‘passare’, del ‘divenire’, sembra evidente a tutti, ma la sua comprensione concettuale risulta problematica (di inciampo) o addirittura aporetica (di assoluto impedimento al procedere della comprensione): pensare il tempo è pensare la relazione tra ciò che non è più – il passato – o ciò che non è ancora – il futuro – e il presente non sembra altro che l’intersezione di due ‘inessenti’; come può essere ciò che risulta dalla intersezione di due dimensioni che non sono? Ammoniva Parmenide: “il non essere non è”, e perciò non è pensabile. Ma l’apparire e lo sparire, il divenire, appaiono. Allora si tratta di “salvare i fenomeni”, ripensando il rapporto tra l’essere (immutabile, eterno) e ciò che, apparendo, diviene. Dai Pitagorici a Platone (cfr. Parmenide, 151 sgg; Timeo, 37 d, sgg.) il tempo comincia a essere pensato come “immagine mobile dell’eternità … che procede secondo il numero”, come una sorta di tutto abbracciante, come la sfera celeste all’interno della quale si muovono gli astri e tutti gli altri corpi celesti che, con i loro movimenti regolari e perciò misurabili, fungono da modello per la misura di tutti gli altri movimenti apparenti nel mondo sublunare. E allora il tempo viene pensato come l’orizzonte reale all’interno del quale accadono gli enti e, nel loro accadere, possono essere misurati (e appresi; secondo la duplice valenza di manthano, misurare e apprendere). Secondo questa linea di riflessione il tempo ha una sua consistenza ontologica (è qualcosa di reale); non è semplicemente una delle predicazioni fondamentali e generali dell’essere (una ‘categoria’ concettuale). Questo, sommariamente, è lo status quaestionis in cui Aristotele contestualizza la sua riflessione, che espone in quella sorta di trattato nel trattato (capp. 10-14 del libro IV, Δ) della Fisica; qui è rintracciabile la più organica fondazione dello statuto ontologico e gnoseologico del tempo. Per lo Stagirita (Fisica, 200 b 14-15) il tempo viene a coincidere con la struttura della physis, intesa come principio del divenire: il divenire è strutturato secondo la physis e la physis non si può conoscere senza conoscere il divenire; il tempo è la ‘struttura’ stessa di ciò che diviene: il tempo è la costituzione essenziale dell’essere secondo physis. Scrive Aristotele: “L’esistenza del tempo … non è … possibile senza quella del cambiamento; quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutare nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto.” (Fisica, 11, 219 b 1-2); allora essere (diveniente) e tempo sono un binomio inseparabile. Ciò autorizza, però, a concludere (alla Heidegger) che “essere è tempo”?

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