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Notizia Accademica

Alternanza studio-lavoro / «Con la cultura non si mangia»

📅 Pubblicato il 15 February 2016 • 🎓 Polo Didattico AetnaScuola
Archivio Storico AetnaScuola A cura di Vincenzo Pascuzzi • Pubblicato originariamente su AetnaScuola.it

L’alternativa non è tra studi classici e studi professionalizzanti, ma tra un scuola che educa ai valori democratici e una scuola che si limita a istruire.

ALTERNANZA STUDIO-LAVORO / «CON LA CULTURA NON SI MANGIA»

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L’alternanza secondo Galimberti *

di Maurizio Tiriticco – 14 febbraio 2016

Caro Professore! Non è più così! La divaricazione tra cultura e lavoro, o, se si vuole, più in pillole, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra l’otium e il negotium dei latini, tra la skolè e il pònos dei greci, è ormai un ferro vecchio, anche se, purtroppo, il nostro Gentile con la sua epocale riforma sembra ancora fermo – anzi, sembra essere un motore immobile – non solo nei nostri ordinamenti – i licei per i figli di papà e tutto il resto per gli sfigati – ma anche nel pensiero di tanti illustri intellettuali. Eppure Michele Serra ha individuato una categoria terza, quella degli sdraiati che, a mio vedere, passa attraverso molti dei nostri ragazzi senza distinzione di studi e di censo. E dico censo, quattrini, perché parlare di classe, oggi, mi sembrerebbe un po’ peregrino, da marxiano impenitente!

Il lavoro negli ultimi decenni si è venuto sempre più nobilitando, se si può dir così. Quello dello spaccapietre e quello della mondina sono oggi sostenuti da sofisticate tecnologie che abbattono sempre più la fatica fisica. Certamente, c’è l’extracomunitario schiavizzato che raccoglie pomodori in cambio di qualche spicciolo. Ma questo è un altro discorso! E ci chiediamo: a quando un Di Vittorio nero? Per farla breve, ormai non c’è lavoro che non richieda cultura: e tra il cervello e le mani c’è una tale contiguità che da più parti ormai si sostiene che occorre pensare con le mani e fare con il cervello. Non sono spot! Sono le nuove realtà del nostro tempo. E il pensare, anche in grande, e il fare, anche in piccolo, costituiscono un continuum sempre più stretto che si retroalimenta. Il testamento di Steve Jobs è significativo in tal senso: Siate affamati e siate folli! (1)

Lei, comunque, ha ragione, professore, quando osserva che parlare di alternanza confonde, proprio perché divide lo studio dal lavoro. A mio avviso, occorrerebbe parlare di continuità, se non di contiguità. In effetti, non pensa quanto potrebbe apprendere di più e meglio, e produrre anche, uno studente di liceo con la “continuità/contiguità” dei suoi studi nella redazione di un quotidiano o di una rivista o di un centro di ricerca? Nel lontano 1997, con la riforma dell’esame di maturità, volemmo rinnovare la prova d’italiano, proponendo prove diverse, ad esempio il cosiddetto saggio breve, un vero e proprio “pezzo” pensato per un quotidiano o per una rivista specialistica. In effetti, già alla fine del secolo scorso avvertimmo che era necessario superare quel divario gentiliano tra mani e cervello, tra fare e pensare. E ciò non riguardava solo l’istruzione classica, ma anche quella tecnica e quelle professionale, che ultimamente, peraltro, hanno subìto innovazioni profonde. Forse Lei non sa quanta cultura occorra per un cuoco oggi che voglia proporre un particolarissimo piatto sulle navi da crociera: che va dalla scelta e dall’acquisto dei prodotti, della loro conservazione e del loro trattamento finale destinato a soddisfare palati di ogni parte del mondo! Altro che il cuoco dell’Osteria della Luna piena, o la copa virgiliana, l’ostessa più seduttrice che esperta di cucina! E non crede che la sofisticazione e l’adulterazione di tanti cibi, che pur ci appaiono freschi e invitanti in confezioni sempre più ammiccanti – e con tanto di etichetta di garanzia – non nascano, invece, da conoscenze profonde e dettagliate di come si produce, si conserva, si adultera soprattutto, e poi si vende un prodotto alimentare? I maestri della sofisticazione non sono più osti che annacquano vino ma fior di laureati rotti a tutto, che magari hanno pur frequentato il liceo classico! Con buona pace dei valori morali che i classici dovrebbero, invece, sollecitare!

Il mondo è profondamente cambiato e, al limite, c’è più cultura dentro una scatoletta di tonno che in un dibbbatttito – sì, con tre b e tre t – a Porta a Porta. E poi, infatti, non è detto che si tratti sempre di Buona cultura! Perché l’alterazione la ritroviamo ovunque, in un mondo sempre più omologato dalla Sofisticazione, dall’Improvvisazione e dalla Bruttezza. E’ per tutte queste ragioni che oggi la differenza non è più tra studi classici e studi professionali, tra cultura e lavoro, senza iniziali maiuscole, ma tra Competenze culturali – queste sì con tanto di maiuscola – professionalizzanti e professionali tout court da un lato e, dall’altro, Competenze di cittadinanza. Il grande discrimine oggi passa attraverso descrittori “altri”, che non sono più quelli dello scorso secolo. La differenza non è più tanto tra Colto buono e Incolto cattivo – anche se le ricerche internazionali ci penalizzano sempre per la nostra italica montante Ignoranza – ma tra Buono, non sempre colto, e Cattivo, non sempre incolto.

Il che, tuttavia, non significa che la cultura umanistica – che però è altra cosa rispetto agli studi classici tout court – non debba costituire sale e pane dei sistemi di istruzione e formazione di tutti i Paesi, in primis dei Paesi ad alto sviluppo. Ed è in questa direzione, ad esempio, che va la lezione di Martha Nussbaum, che da anni si batte perché la cultura umanistica costituisca il sale di tutti i sistemi di istruzione. E’ sufficiente il titolo di uno dei suoi libri più noti: “Non per profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” (Il Mulino 2011) Sottolineo: è il consolidamento di una democrazia sempre a rischio che necessita della cultura umanistica. Copio testualmente dalla pagina 111: “I cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a questo compito, le scuole devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una partecipazione di tipo partecipativo che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona”. Insomma, si auspica che tutti gi studi siano contaminati dalla cultura umanistica, non perché classica, ma perché democratica.

Non a caso Tullio De Mauro nella sua introduzione al volume sottolinea come “un sistema scolastico nel mondo di oggi non può badare soltanto a far crescere il prodotto interno lordo, posto che ci riesca. Non può concentrasi solo su quelle materie che paiono in più diretto rapporto con la crescita economica. Un sistema scolastico oggi più di ieri deve educare persone capaci di vivere la vita di società democratiche”. L’alternativa non è tra studi classici e studi professionalizzanti, ma tra un scuola che educa ai valori democratici e una scuola che si limita a istruire. Se si istruisce soltanto, tra rosa rosae e il quadrato di un binomio, la differenza è solo disciplinare. Se si educa, gli insegnamenti tutti costituiscono il sostrato della nostra competenza civica, la vision e la mission della scuola di un Paese democratico.

http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=72714

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* Si veda Umberto Galimberti, “Che scuola è se non addestra il pensiero?” in Donna, supplemento de la Repubblica del 13 febbraio 2015.

(1)   Steve Jobs (1955-2011): Siate affamati, siate folli

http://www.focus.it/scienza/scienze/steve-jobs-1956-2011-siate-affamati-siate-folli

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Che scuola è se non addestra al pensiero?

Dietro lo slogan dell’alternanza studio-lavoro c’è l’idea sbagliata che le due attività siano alternative, come se non fosse proprio la cultura ciò che permette all’uomo di migliorare

di Umberto Galimberti – Donna di Repubblica – 13 febbraio 2016

Approdato in uno dei licei classici più rinomati di Roma, ho dovuto prendere atto che anche qui alla mentalità immediatamente applicativo-produttiva che pervade ormai la nostra società non si fa resistenza. Anche il liceo classico ha ammainato il suo vessillo e ha fatto suo il nuovo grido di battaglia pedagogico della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Scriveva Hegel: «Un popolo senza metafisica è come una chiesa senza il suo altare». Metafisica ovvero visione; momento teoretico che va al di là del momento applicativo-produttivo, fosse anche solo per guidarlo. Bene, credo che se c’è qualcosa che il mondo occidentale debba temere, questa sia la sua incapacità a stringersi intorno all’altare della visione, di quella visione che, da Socrate all’Illuminismo, l’Occidente aveva coltivato.

Giuseppe Cappello

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Penso come lei che tutte le scuole secondarie superiori debbano essere scuole di formazione, il cui obiettivo non è quello di addestrare al lavoro ma di formare l’uomo, con l’attenzione rivolta alla sua intelligenza per addestrarla al senso critico e al suo sentimento, per renderlo idoneo ad avvertire, anche senza mediazioni intellettuali, la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Quando un giovane è formato, è anche idoneo ad apprendere qualsiasi attività lavorativa, a partire dalle sue scelte universitarie che lo addestrano a competenze specifiche. Capisco che oggi parlare di formazione significa parlare di qualcosa che non interessa ai genitori, che pensano unicamente all’attività futura che il figlio potrà intraprendere. Questo spiega per esempio perché assistiamo a un’iscrizione in massa al liceo scientifico, rispetto al liceo classico, nell’ingenua supposizione che quest’ordine di studi addestri meglio la mente al mondo della scienza e della tecnica, che è diventato per noi oggi l’unico mondo, a scapito del modo della vita. Chiamo mondo della vita quel mondo dove fanno la loro comparsa arte, letteratura, cinema, teatro: in una parola la cultura, che poi è l’unico tratto per cui l’uomo si distingue dalla bestia. «Con la cultura non si mangia», diceva un nostro ministro dell’economia. Non è vero, ma anche se lo fosse, crediamo sul serio che un popolo possa migliorare e crescere, anche economicamente, senza cultura? I paesi più avanzati non sono anche quelli in cui la cultura è più diffusa? Eppure queste considerazioni, tanto ovvie da vergognarsi persino a ricordarle, collassano di fronte all’atmosfera del nostro tempo, che conosce come unico generatore simbolico di tutti i valori il denaro. Il denaro non è di per sé il male, semplicemente è il mezzo per acquistare qualsiasi cosa. Ma cosa acquista il denaro che circola in una popolazione colta rispetto a una incolta? Negli anni Sessanta e Settanta, quando la società italiana era un po’ più colta di oggi, si pubblicavano libri che ora non venderebbero neppure una copia (penso a Heidegger, Horkheimer, Marcuse, Sartre, Foucault, giusto per fare qualche nome). Di conseguenza, in un paese di scarsa cultura le case editrici devono piegarsi ad accontentare i gusti un po’ elementari, quando non grossolani, della popolazione, contribuendo a loro volta al decadimento del livello culturale del paese. Lo stesso può dirsi per il teatro, il cinema, l’arte che diventa tale solo quando entra nel mercato e si propone come “evento”. Se un lavoro teatrale o un film non raccoglie spettatori in gran numero già dalla prima settimana, sospende le repliche o viene ritirato, anche se è intelligente e ben recitato ma forse troppo intelligente per il livello degli spettatori. Così il degrado viene alimentato e il fiume dell’ignoranza collettiva s’ingrossa, perché a suo tempo la scuola non ha generato una curiosità e una fascinazione per la cultura, dato che la sua preoccupazione è addestrare al futuro mondo del lavoro. Il quale, detto per inciso, non sa che farsene della presenza periodica o il più delle volte saltuaria di studenti che, senza praticarlo, lo “visitano” come si visita una mostra. A questo punto diventano inutili il greco e il latino giudicate lingue morte, anche se senza quelle noi occidentali non avremmo avuto accesso all’etica, alla politica, alla democrazia, alla medicina, al teatro comico e tragico. Alle discipline da eliminare si aggiunge la filosofia, che si ritiene egregiamente sostituita dalla scienza, anche se questa non dà risposte alle problematiche più profonde che spesso si agitano tra i pensieri e i sentimenti dell’uomo. Parlando di “alternanza scuola-lavoro”, oggi si pensa che le due cose siano alternative e, dovendo scegliere, si preferisce sacrificare l’aspetto formativo a quello che addestra in vista della produttività e della spendibilità immediata del proprio sapere, posto che nel frattempo lo si sia acquisito.

http://open.reply.it/mobile/r/pocket/mobile-rep/d/2016/02/13/news/che_scuola_e_se_non_addestra_al_pensiero_-133249856/?source=RPLUSMOB_D

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«Con la cultura non si mangia» ha dichiarato infatti Tremonti il 14 ottobre 2010. Poi, non contento, ha aggiunto: «Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia». Che umorista. Che statista.

http://www.doppiozero.com/materiali/anteprime/pane-e-cultura

 

Ogni euro investito ne produce 2,49. Lo dimostra uno studio presentato a Firenze che smentisce le parole di Giulio Tremonti, secondo il quale “Con la cultura non si mangia”.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/mangiare-cultura-si-puo.aspx

 

Di cultura si mangia. Ovunque tranne che in Italia

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/11/di-cultura-si-mangia-ovunque-tranne-che-in-italia/809310/

Il ministro Tremonti dice che “la gente non si mangia mica la cultura”, e infatti ha dato l’ennesimo taglio ai fondi per lo spettacolo.

https://www.facebook.com/notes/ascanio-celestini/la-cultura-non-si-mangia-eppure-con-il-requiem-si-pu%C3%B2-persino-lottare-di-ascanio/202379533116377/

 

“Con la cultura non si mangia”. Lo diceva Tremonti, ora lo sottoscrive Obama. Studiate economia, non storia dell’arte, dice ai giovani del Wisconsin

http://www.artribune.com/2014/02/con-la-cultura-non-si-mangia-lo-diceva-tremonti-ora-lo-sottoscrive-obama-studiate-economia-non-storia-dellarte-dice-ai-giovani-del-wisconsin/

Eco: con la cultura si mangia e si può arginare il terrorismo

http://www.lastampa.it/2015/08/02/cultura/eco-con-la-cultura-si-mangia-e-si-pu-arginare-il-terrorismo-zXlokMww9Gh2EfREJG5fcK/pagina.html

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