Alla riscoperta di un autore trascurato dai programmi scolastici, forse per l’imbarazzo generato dalla tematica omosessuale. L’importanza di Penna anche a livello stilistico, nell’apparente semplicità dei suoi versi…(da Treccani)
Quando nel 1957 Sandro Penna ottenne, ex aequo con Pier Paolo Pasolini e Alberto Mondadori, il premio Viareggio, uno dei giurati – ha testimoniato un Giacomo Debenedetti sostenitore di Penna – aveva dichiarato la propria contrarietà sostenendo che, premiandolo, ci si sarebbe “coperti di vergogna davanti a tutta l’Italia”. Per ritirare l’assegno da un milione di lire, Penna compie uno dei suoi rari spostamenti da Roma, e durante la premiazione – ha raccontato Nico Naldini – nel rispondere alle domande di un intervistatore, prova a raccontare la propria tristezza per la scomparsa di un ragazzo che amava. Viene subito azzittito, mentre Pasolini corre ad abbracciarlo in segno di amicizia, affetto e forse anche solidarietà. Quello che rappresentava uno scandalo insopportabile, nell’Italietta democristiana degli anni Cinquanta, non era tanto l’omosessualità di Penna, ma il modo privo di sensi di colpa con il quale egli viveva questa sua condizione. Era – e forse è tutt’ora – motivo di imbarazzo, nella sua biografia, la dichiarata attrazione per i ragazzi giovani, gli operai, i marinai, i lattai, i ciclisti dei suoi versi. Forse è anche per questa componente tematica piuttosto ‘scomoda’ che l’opera di Penna è stata un po’ dimenticata, soprattutto a scuola.
Una vita povera di eventi Sandro Penna nasce a Perugia il 12 giugno 1906. Nella città umbra trascorre la prima giovinezza, in un clima familiare segnato da contrasti e precarietà affettiva. Compie studi irregolari, fino a conseguire il diploma di ragioniere. Successivamente, alla separazione dei genitori, seguirà la madre a Roma, dove, a parte alcuni soggiorni a Milano e a Firenze, vivrà il resto della sua vita, senza un lavoro stabile (sarà contabile, commesso di libreria, correttore di bozze), fino alla morte, avvenuta nel 1977 in una situazione di estrema povertà materiale. Il suo primo libro, Poesie, viene pubblicato nel 1939. Nel Dopoguerra seguono le raccolte AppuntiUna strana gioia di vivere (1956), Croce e delizia (1958); opere che confluiranno poi in Tutte le poesie (1970). In seguito escono Stranezze (1976), Il viaggiatore insonne (1977) e, postume, le raccolte Rombo immenso (1978) e Confuso sogno (1980). Accanto alla produzione in versi, va anche ricordata la raccolta di prose Un po’ di febbre (1973).
Una facilità solo apparente L’originalità di Penna non è legata soltanto all’aspetto tematico. I suoi esordi poetici datano agli anni Trenta, quando manda le sue prime composizioni a riviste fiorentine come “Frontespizio” e “Letteratura”. E se rispetto alle dominanti stilistiche della corrente ermetica la poesia di Penna appare quanto di più lontano si possa immaginare (per le sue caratteristiche di scorrevolezza e semplicità di dettato), è pur vero che la parola viene valorizzata nelle sue molteplici dimensioni, tanto che, allo sguardo attento delle analisi più avvedute, la chiarezza penniana è capace di svelare una sua molteplicità di significati, alcuni dei quali non immediati. Ma qui siamo nel campo delle letture critiche più raffinate. Rimane, ad un primo sguardo, la trasparenza che avvicina Penna alla linea ‘semplice’ della poesia italiana del Novecento, quella che vede in Umberto Saba il suo campione. Non a caso il poeta triestino fu tra i primi estimatori di Penna, come anche Montale, al quale Penna indirizza alcune lettere. Già nel 1935 l’autore degli Ossi di seppia, nel consegnare a Carocci le poesie a lui affidate dallo stesso Penna, aveva operato una sorta di ‘censura preventiva’ sui contenuti, espungendo dal manoscritto alcuni testi considerati troppo espliciti nella tematica omoerotica.
Una poesia sempre presente I primi lettori di Penna avevano intuito l’originalità di questo autore, la sua unicità nel panorama delle patrie lettere, lontano dalle scuole (non solo poetiche: aveva, come studi regolari, soltanto il diploma di ragioniere), dall’Ermetismo al Neorealismo, per non parlare della Neoavanguardia. La sua, dai primi testi in poi, continuerà a essere un’aurea poesia ‘senza storia’, in cui i temi più dibattuiti in quegli anni – dall’impegno politico all’alienazione, dai problemi più urgenti della società alle sfide della modernità – non hanno diritto di cittadinanza. Privo di sviluppo storico è l’intero arco del suo lavoro, il cui svolgimento è dominato da una dimensione di ‘eterno presente’, splendido e immobile. E forse è questa, oltre alle qualità intrinsiche dei suoi testi, una delle ragioni di quella freschezza che ci spinge a leggerlo a più di trent’anni dalla sua scomparsa (avvenuta nel 1977). E a considerarlo un classico del nostro Novecento.
Nota bibliografica Presso Garzanti, nella collana “Gli elefanti”, è possibile leggere l’opera in versi e in prosa di Sandro Penna, rispettivamente nei volumi Poesie e Un po’ di febbre. Segnaliamo anche, presso Frassinelli, la biografia di Penna scritta da Elio Pecora, Sandro Penna: una cheta follia. L’autore racconta la vita di Penna a partire dalla conoscenza diretta e dall’amichevole frequentazione dell’uomo, facendo inoltre riferimento alle carte trovate nella casa del poeta (dai diari giovanili ai carteggi con Saba e Montale, dagli appunti sparsi alle fotografie e ad altri preziosi materiali). Pecora corregge l’immagine vulgata di un poeta solare e spensierato: “Una stella scialba accompagna la vita di Sandro Penna dalla sua prima età alla vecchiaia. Fiacca la salute del corpo, aggravata da un’immaginazione incline al peggio; assai poco rassicuranti gli affetti familiari, con i genitori in lite continua, nessuna reciproca comprensione, lontananza della madre quando il figlio è ancora ragazzo, il padre distratto da commerci sbagliati e da facili amori; gli studi portati avanti senza entusiasmo, il diploma di ragioniere subito considerato inutile; la ricerca di sé faticosa, solitaria; e un’inquietudine fonda, trasalimenti e paure che lo assalgono e gli paiono irrimediabili; il timore della follia, che è piuttosto il presentimento della diversità. Ed è questa, come estraneità al mondo in cui s’aggira e ai valori imposti, che lo porterà verso i territori della scrittura e della poesia”. (1950),
1.Sempre affacciato alla finestra io sono, io della vita innamorato. Unir parole ad uomini fu il dono breve e discreto che il cielo mi ha dato.
2.Sempre fanciulli nelle mie poesie! Ma io non so parlare d’altre cose. Le altre cose son tutte noiose. Io non posso cantarvi Opere Pie.
3.La vita… è ricordarsi di un risveglio triste in un treno all’alba: aver veduto fuori la luce incerta: aver sentito nel corpo rotto la malinconia vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione improvvisa e più dolce: a me vicino un marinaio giovane: l’azzurro e il bianco della sua divisa, e fuori un mare tutto fresco di colore.
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