Un’insegnante di una scuola media milanese, indignata, scrive a Isabella Bossi Fedrigotti
Rom, la soluzione illusoria degli sgomberi a ripetizione
Sono un’insegnante di una scuola media milanese, l’Ics Buzzati di via Maniago 30. Scrivo per manifestare la mia indignazione per ciò che è accaduto la mattina del 9 febbraio nel campo rom di Chiaravalle, ovvero lo sgombero dei nomadi da parte della polizia. La brutta storia si ripete e siamo costretti ad assistere a nuovi episodi di violenza, razzismo e totale mancanza di rispetto dell’altrui dignità. Lo sgombero è cominciato di mattina presto, mentre nevicava, senza che il Comune avesse provveduto prima alla sistemazione delle famiglie, costrette una volta ancora e senza preavviso a cercare riparo contro il freddo e le intemperie! A scuola siamo estremamente preoccupati per le sorti di una nostra alunna, che frequenta con passione e desiderio di conoscenza la prima media, nonostante tutti i disagi che noi «gente civile» le stiamo facendo patire. Con il precedente sgombero di via Rubattino la bambina ha perso quasi un mese di scuola. Poi, nonostante il lungo viaggio cui è stata costretta per poter frequentare le lezioni, si è dimostrata tra le alunne più motivate e presenti. Adesso deve affrontare questo nuovo dramma. Lei chiede solo di poter venire a scuola, la sua famiglia chiede solo di avere la possibilità di offrire ai figli un futuro e l’integrazione. È ciò può avvenire solo con l’istruzione. È un loro diritto. Vi chiedo di mobilitarvi e attuare una corretta campagna di informazione per garantire visibilità alla questione. Grazie.
Nives D’Amico
Ho visto sul giornale una foto scattata proprio in occasione dello sgombero del campo di Chiaravalle, che mostrava una famiglia — un padre con sulle spalle un grande sacco nero pieno, immagino, dei «beni» di famiglia, una madre con un bambino piccolo per mano e un altro un po’ più grande al fianco — che sia avviava lungo un sentiero in mezzo ai campi sotto la neve. Una famiglia di profughi — di guerra, di terremoto, di inondazione, di carestia, di pogrom religioso — la si sarebbe detta che, a vederla al cinema, in televisione o sui giornali nel contesto di una qualche sciagura avrebbe toccato tutti nel profondo. Invece nel caso nostro, ogni volta che pubblico una lettera come la sua che reclama rispetto per i diritto d’istruzione dei bambini rom, ne arrivano almeno due o tre che invocano il pugno di ferro. I rom rubano, sporcano, si ubriacano e vandalizzano, è l’accusa, si sa, spesso fondata. Forse però un programma serio e non occasionale di integrazione porterebbe risultati migliori che non l’incessante susseguirsi di sgomberi dall’esito assai incerto.
Isabella Bossi Fedrigotti
17 febbraio 2010 (ultima modifica: 18 febbraio 2010)
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