| Con ‘Cimitero di Praga’ Eco crea protagonista letterario piu’ antipatico |
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| Postato da Maria Allo | |||
| Venerdì 29 Ottobre 2010 06:23 | |||
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La semiotica o semiologia (dal termine greco σημεῖον semeion, che significa “segno”) è la disciplina che studia i segni. Considerato che il segno è in generale “qualcosa che rinvia a qualcos’altro” (per i filosofi medievali “aliquid stat pro aliquo”) possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione. Per significazione, infatti, si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos’altro di assente (la luce rossa del semaforo significa, o sta per, “stop”). Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione, si attiva un processo di comunicazione (il semaforo è rosso e quindi arresto l’auto). Le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene ad essere presupposto dai concreti processi di comunicazione. Umberto Eco occupa una posizione estremamente rilevante all’interno del gotha di questa “disciplina dei segni”, insieme, per “ordine di apparizione”, a: Platone, Aristotele, Sant’Agostino d’Ippona, Francis Bacon, John Locke, René Descartes, Gottfried Wilhelm Leibniz, Charles Sanders Peirce, Ferdinand de Saussure, Roland Barthes, Claude Levi-Strauss, Jacques Lacan, Sanders Peirce, John Locke, Karl Popper, Louis Trolle Hjelmslev, Algirdas Julien Greimas, Antonio Pagliaro, Tullio De Mauro, Charles William Morris, Thomas Albert Sebeok, Patrizia Violi, Algirdas Julien Greimas, Vladimir Jakovlevic Propp, Eric Landwski, Juri Lotman, Jean Marie Floch. “Stampa, Scuola e Vita” si rivolge soprattutto, in questo contesto, a chi non legge “La Stampa”, il giornale torinese che oggi dava la notizia di quest’importante avvenimento culturale italiano e mondiale al tempo stesso.Praga, per il semiologo Eco, vuol dire anche la scuola di Roman Jakobson, quella dei cosiddetti «formalisti», anch’essa molto cara al cuore del professore. Può darsi che non c’entri nulla, ma andiamo avanti: la «città magica» (copyright Angelo Maria Ripellino) è proprio quella dove, nel prologo del Nome della rosa, Umberto Eco afferma con un tipico espediente romanzesco di aver ricevuto, mentre era «in attesa di una persona cara», il manoscritto di certo abate Vallet con il resoconto di Adso da Melk: proprio sei giorni prima dell’invasione sovietica. Ce n’è abbastanza per fantasticare sul nuovo libro, in attesa di poterlo leggere.E’ al solito un volume corposo (sulle 500 pagine), in cui per la prima volta la cavalcata storico-letteraria di Umberto Eco tocca l’Ottocento, secolo barbuto, romantico, idealista; non sappiamo se gli sia congeniale per uno di questi aggettivi, ma c’è senza dubbio un altro elemento decisivo per capire come ci si trovi perfettamente a proprio agio: nell’Ottocento nasce il grande romanzo popolare, genere molto caro allo scrittore alessandrino. È il secolo di Dumas, di Eugène Sue, dei Tre moschettieri, del Conte di Montecristo che Eco – come scrisse in un articolo – fu tentato di tradurre, anche se rinunciò dopo cento pagine; e naturalmente dei Misteri di Parigi, a proposito del quale ha osservato in un saggio che portata possa avere la parola trionfo. Dopo l’uscita del libro, nel ’42, Parigi è infatti in ginocchio davanti allo scrittore, con «deliranti manifestazioni di successo»; e Sue «tocca il vertice sognato da ogni romanziere, realizza di fatto quello che Pirandello potrà soltanto immaginare: riceve dal pubblico del denaro per soccorrere la famiglia Morel», ovvero i suoi protagonisti immaginari. Insieme con il Medioevo, l’Ottocento è particolarmente congeniale a Umberto Eco. E qualche amico fidato assicura che questo è senz’altro, di tutti i suoi romanzi, il più vicino al Nome della rosa, almeno per quanto riguarda il contesto storico che funziona anche da specchio per la realtà presente: dove non è difficile immaginare che un falsario possa diventare un personaggio centrale di ogni vicenda. Non è comunque il primo: c’era già stato Baudolino, nell’omonimo romanzo del 2000, avventuriero e impudicissimo falsificatore che inventava lettere e documenti, viaggiava, intrigava, costruiva quasi per diletto la vicenda del favoloso Prete Gianni e delle sue missive, destinate a diventare uno dei pretesti per l’espansione verso Est con le crociate. Ma questa è già storia. Resta una domanda, con risposta a ottobre: che il nuovo-antico falsario a spasso per l’Europa, dove le nuove-antiche nazionalità si alzano come fiamme, ne sia un remoto discendente? Tutto può darsi, in letteratura. Si è sempre discendenti di qualcuno: e predecessori di molti altri. Adnkronos E’ il capitano Simonini, un cinico falsario dell’Ottocento, il protagonista di ”Il cimitero di Praga”, il nuovo romanzo di Umberto Eco, che l’editore Bompiani (pagine 526, euro 19,50) manda in libreria domani, venerdi’ 29 ottobre, con una prima tiratura di 230.000 copie. Eco si e’ sforzato di fare del capitano piemontese ”il personaggio piu’ cinico e antipatico di tutta la storia della letteratura”, con l’obiettivo di catturare anche i lettori che ”hanno preso sul serio persino Dan Brown” e il suo ”Codice Da Vinci”. A trenta anni di distanza da “Il nome della rosa”, con il quale il semiologo conquisto’ straordinaria popolarita’ fuori dal mondo accademico, e a sei dall’ultimo romanzo, ”La misteriosa fiamma della regina Loana”, l’intellettuale italiano vivente piu’ celebre ha ambientato la sua nuova opera nell’Europa del XIX secolo tra spie, politici, sovrani e cospiratori di varia natura, dando inizio alla storia nel marzo 1897 a Parigi.
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