Betsy DeVos, ha spiegato perché gli stessi soldi vanno dati alla scuola pubblica e a quella privata e religiosa (che vuol dire, data un’unica assegnazione di fondi, sottrarli sempre più massicciamente alla scuola pubblica e laica).

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Trump, cosa c’è sotto alle parole
di Furio Colombo – Il Fatto Quotidiano – 22 gennaio 2017 – pag. 13
Ciò che è accaduto ieri nella cerimonia del giuramento di Trump, non si può né ricordare né dimenticare. Non lo dimentichi perché uno come Trump è diventato presidente e comandante in capo del Paese di Roosevelt e di Obama. Non lo ricordi perché una buona parte dell’America non c’era, perché il nuovo presidente ha improvvisato un discorso corto e cattivo ma anche molto elementare, senza un guizzo di idea, senza alcun tipo di slancio e, curiosamente, senza quel tanto di contagiosa felicità che chiunque avrebbe se, all’improvviso e senza ragione, ti eleggono presidente degli Stati Uniti.
Trump guardava nel cielo piovoso come in attesa di un messaggio che non è venuto. Uno strano istante di candore c’è stato quando il presidente che aveva appena giurato, ha detto e ripetuto “io sono un messaggero, solo un messaggero”. Ma di chi, di che cosa? In attesa di rivelazioni che non sono venute (non a lui, intendo, e dunque non a noi, e a tutto il mondo che lo ascoltava) Trump ha dovuto dire qualcosa di suo: ricordatevi che d’ora in poi sbatteremo la porta in faccia a tutti, e decideremo noi chi sono gli amici e i nemici. Non parlateci della storia. Qui siamo padroni noi. Intendeva la sua testa, e l’amico Putin, che negli Usa non ha nessun altro amico, neppure fra gli uomini bianchi che, per vendetta contro l’establishment (establishment sono coloro che permettono ai neri di governare) lo hanno mandato a Washington.
Cos’altro sappiamo? Sappiamo che Trump, appena arrivato a Washington, nel giorno del suo giuramento, ha lasciato i marines impietriti nel saluto ad attenderlo davanti ai monumenti, ed è andato per prima cosa al Trump Grand Hotel deluxe della Capitale, dove ha firmato alcune delle carte necessarie per iniziare lo smantellamento dell’intero lavoro legislativo di Obama. Tutto deve sparire, a cominciare dalla riforma sanitaria. Ce ne sarà un’altra, molto migliore, dice sbadatamente Trump. Ci vorranno due anni, se davvero la parte repubblicana del Congresso lavorerà a una nuova legge sulla salute. Ma quale parte repubblicana? Nel suo breve discorso in cui ha detto di “vedere la luce” (ma nessuno l’ha vista con lui) Trump ha sempre parlato di movimento e di rivoluzione. Infatti, come hanno verificato i media nel “dopo giuramento” tutti i nominati di Trump garantiscono che, prima cosa, lavoreranno ad abbattere qualunque cosa abbia lasciato Obama come legge o atto presidenziale.
Gli uomini bianchi che lo hanno eletto non transigono. E non parlate di operai esasperati dalla chiusura della fabbrica, fingendo di non avere i dati (minimi) della disoccupazione in Usa. Parlate di bianchi. Il razzismo non conosce classe perché è fondato su una presunzione cieca di superiorità (i “suprematisti”). Di certo Ben Carson, che sarà ministro dei Problemi sociali (case popolari) ha già detto che “la povertà è più una questione di scelta che di ogni altra cosa”. Scott Pruitt, ministro dell’Ambiente, ha ridicolizzato le leggi di Obama per la protezione dell’aria e dell’acqua (“il cambiamento del clima non è una maledizione”).
Betsy DeVos, ha spiegato perché gli stessi soldi vanno dati alla scuola pubblica e a quella privata e religiosa (che vuol dire, data un’unica assegnazione di fondi, sottrarli sempre più massicciamente alla scuola pubblica e laica).
Ryan Zinke, ministro degli Interni, ha già spiegato che è in favore di trivellazioni, esplosioni (per accedere a pozzi profondi) e disboscamento di terra federale se serve a produrre energia, senza storie per il paesaggio e la salute.
Jeff Sessions, nuovo ministro della Giustizia ha preso subito le difese della polizia bianca che spara e uccide i giovani neri, “perché i nostri coraggiosi agenti sono perseguitati dai media che li mettono in pericolo con racconti esagerati”.
Eppure qualcosa possiamo imparare dalla “festa” (niente di più triste) della sera prima del giuramento. Qualcuno, forse conoscendo i gusti del neo presidente, (ma anche a causa della rinuncia di tutti coloro che hanno un minimo di reputazione nel mondo dello spettacolo), gli ha organizzato un “concerto” con un sotto mondo di country music patriottica eseguita da gruppi come Frontmen of Country, Three Doors Down, The Piano Guys, un Toby Keith che dice “Non è un pregiudizio essere nati in America”. E su uno schermo gigante passano aerei da combattimento. Non svela niente, il triste concerto, di ciò che Trump forse non sa, (“I am just a messenger”) e certo non dice. Ma dice solo quanto sia stretto, nella vastità della storia e del multiculturalismo americano il passaggio scelto dal nuovo presidente per identificare, un minuto dopo Obama, un Paese che, adesso, è difficile da riconoscere. Sembra il tentativo fallito di rimettere insieme i pezzi di un giocattolo incautamente smontato.
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/trump-cosa-ce-sotto-alle-parole/
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