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1730 saviano lraccontare e resisterer

📅 Pubblicato il 04 January 2011 • 🎓 Polo Didattico AetnaScuola
Archivio Storico AetnaScuola A cura di Roberto Arduini • Pubblicato originariamente su AetnaScuola.it
Saviano: «Raccontare è resistere» Email
Letteratura
Postato da Vincenzo Pascuzzi   
Lunedì 17 Maggio 2010 07:31
«Raccontare è resistere, raccontare non significa diffamare il proprio Paese, ma amarlo». Con questa risposta a chi lo critica per il suo lavoro, primo fra tutti il premier Silvio Berlusconi, Roberto Saviano interviene all’incontro al Salone del libro di Torino. “Sei fuori posto anche tu? Lo scrittore e il lettore nell’Italia contemporanea” è l’evento, in pochi minuti andato esaurito, che riunisce “Sei scrittori fuori posto”: Colaprico, Lucarelli, Parrella, Vinci, Wu Ming e appunto Saviano.



Saviano: «Raccontare è resistere»

«Raccontare è resistere, raccontare non significa diffamare il proprio Paese, ma amarlo». Con questa risposta a chi lo critica per il suo lavoro, primo fra tutti il premier Silvio Berlusconi, Roberto Saviano interviene all’incontro al Salone del libro di Torino. “Sei fuori posto anche tu? Lo scrittore e il lettore nell’Italia contemporanea” è l’evento, in pochi minuti andato esaurito, che riunisce “Sei scrittori fuori posto”: Colaprico, Lucarelli, Parrella, Vinci, Wu Ming e appunto Saviano. Il racconto di Saviano, come il suo intervento finale, sono molto incentrati sull’attualità.

«La necessità del lettore è persino superiore a quella dello scrittore», riassume l’autore di Gomorra dopo gli interventi degli altri scrittori. «Perché il lettore è pericoloso: legge, si informa, domanda, e alla fine tutto questo trasforma le cose», dice. Se l’essere fuori posto in un Paese come il nostro accomuna gli scrittori riuniti nell’antologia di Stile Libero, il lettore puo’ cambiare le cose. Non solo lo scrittore, spiega Saviano, perché «da più parti mi è stato rimproverato di essere un rompiscatole. Di raccontare cose che non esistono, o scomode, o che danno fastidio». «Sono stato accusato di voler guadagnare soldi, avere solo successo. Certo, io devo pur vivere, ma non lo faccio per questo, non l’ho cercato: mi è capitato addosso», ammette. Poi l’appello ai lettori: «Non fate passare l’idea che in Italia sia facile scrivere certe cose, vivere tranquilli scrivendo cose scomode. Non cadete nel tranello. Non siamo a Cuba, in Venezuela, in Cina, nel Cile di Pinochet. Ma quello che scrivi te lo fanno pagare, sempre. Per questo i lettori devono essere responsabili, usare queste storie scomode, diventare un’armata pacifica di parole. I lettori deve poter dire: “Queste storie ci appartengono”».

Infine, la chiosa finale, citando un aforisma di Celine: «Quando gli chiedevano quanti modi ci fossero di far letteratura, lui rispondeva: “Ci sono solo due modi di far letteratura: fare letteratura e costruire spilli per inculare le mosche”. Da rompiscatole, io non so se faccio letteratura, ma sicuramente non voglio inculare le mosche». La sala approva, applaude, si alza in piedi, si spella le mani.

16 maggio 2010
 

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